Cultura: oggi il giovane Nino Carloni rimarrebbe all’Aquila?

Postato da Appello per L'Aquila il 05/03/2016 | 0 commenti

Le politiche pubbliche sulla cultura fatte di tagli a tutti livelli, stanno mortificando e scoraggiando quanti in quell’ambito hanno seminato ed investito e quanti vorrebbero avviare attività nel settore.
In Regione non c’è un assessore alla cultura, è addirittura assente un dirigente di settore e soprattutto manca una programmazione e una legge che normi e finanzi le politiche culturali.
Evidentemente nella nostra regione la cultura non è considerata un fattore di crescita sociale ed economico. Al contrario di altri territori – come la Puglia, la Toscana, l’Emilia Romagna, la Lombardia, dove, tramite una legge lungimirante, si assiste a un’effervescenza culturale che sta avendo ricadute importanti anche in altri settori come il turistico.
Cosa si aspetta a regolamentare organicamente il settore? Forse è più funzionale per il Presidente D’Alfonso distribuire tramite la legge 55 regali di fine anno agli “amici degli amici” senza uno straccio di bando? (nemmeno Chiodi arrivò a tanto).

Il nostro comune dispone di un tesoretto unico nel panorama nazionale di ben 1,6 milioni di euro, stornati dai finanziamenti del 4% dedicati al turismo montano.
La scelta politica è stata di destinare detta somma per i prossimi tre anni solo ed esclusivamente a quelle strutture che già percepiscono i contributi ministeriali del Fus.
Tale scelta è stata giustificata dal fatto che per percepire il Fus sia necessaria una quota di co-finanziamenti locali. Cosa vera solamente per Tsa e Isa a cui mancavano rispettivamente 32mila e 92mila euro per raggiungere la percentuale di risorse locali stabilita dal Fus. Ad entrambe sono stati dati oltre 500mila euro.

Non è questione di contrapporre i “grandi” con i “piccoli”, perché non tutti i grandi sono uguali e non lo sono nemmeno i piccoli.
Sono sotto gli occhi di tutti le differenze di gestione amministrativa e di qualità di produzione tra le strutture che percepiscono il Fus, anche in rapporto al personale impegnato.
Alcune fanno salti mortali per mantenere una produzione di livello, altre sono ingolfate da costi eccessivi molti dei quali riconducibili ad anni di assunzioni clientelari da parte della politica.
Bisogna spezzare il perverso e deleterio circolo di chi considera il settore della cultura il “terreno di caccia” privilegiato di qualche politico. Sarebbe ora, per far emergere le differenze, che si pretendesse trasparenza e rendicontazione delle attività svolte, delle capacità artistiche e gestionali.

Cosi come dovrebbe essere chiaro che tra gli esclusi dai finanziamenti comunali ci sono quelli che investono tutte le energie nei propri progetti e chi, altrettanto meritoriamente, lo fa solo parzialmente avendo redditi da altre attività professionali.
Le scelte effettuale sono il frutto di una politica miope, un chiaro messaggio per dire che a L’Aquila c’è posto solo per pochi, gli altri che vogliono creare, inventare, programmare trovino altri territori per farlo. Una politica di conservazione delle rendite di posizione che tarpa le ali e non favorisce spinte innovatrici.
Si mortifica in questo modo non solo il lavoro di tanti che negli anni hanno ormai dimostrato solide basi progettuali inserite in un riconoscibile disegno artistico e sociale, ma anche quello delle numerosissime giovani realtà nate sull’incredibile effervescenza post sisma che invece andrebbero stimolate nel consolidamento delle attività avviate.

Come spesso accade, mancando un disegno complessivo, le politiche dei vari settori sono tra di loro in contraddizione. Quando si parla di città della conoscenza, in riferimento all’Università, alla formazione e ai centri di ricerca, dovrebbe essere chiaro che un territorio vivace da un punto di vista culturale è elemento imprescindibile di quel progetto. Che dovremmo attrarre e non respingere se vogliamo gettare le basi per uno sviluppo a base culturale.
Vogliamo una città dove chi ha idee e capacità debba trovare luoghi e risorse per esprimerle, un territorio che sappia guardare anche oltre la sua grande tradizione e che aspiri a divenire centro di propulsione per l’innovazione e la residenza per le varie forme artistiche e culturali che nella nostra particolare situazione assumono una fondamentale valenza di coesione sociale.
Invece si continua nelle politiche fallimentari che hanno portato a manifestazioni come i Cantieri dell’Immaginario nate per durare e già in declino. Quando manca un progetto chiaro è questa la fine inevitabile come del resto è accaduto per la polverosa candidatura a città europea della cultura.
E’ uno dei tanti effetti negativi della “ricostruzione senza pensiero”, l’occasione mancata per rivitalizzare il territorio da un punto di vista urbanistico, economico, sociale e culturale.

Le risposte date dall’amministrazione a chi si è visto escluso dai finanziamenti pluriennali sono francamente inaccettabili. Si dice che ci sono altri fondi, per esempio quelli ordinari, ma sono briciole e per come sono stati regolamentati non permettono alcuna programmazione di medio periodo.
E’ necessario cambiare completamente politiche anche per prevenire il fatto che le strutture che oggi ricevono il Fus dal 2018 avranno serissime difficoltà in quanto non potranno più usufruire dei parametri di valutazione che oggi agevolano chi opera nel cratere sismico.
Pur dando atto al Comune di aver almeno tentato di regolamentare il settore, il nuovo regolamento alla prova dei fatti scontenta chi opera nella cultura e non va incontro ai veri bisogni e alla necessità di quel mondo e del nostro territorio.
L’invito quindi è ripensare quanto stabilito, cambiare il regolamento vigente con la partecipazione attiva degli operatori del settore. Non servono contentini a chi si lamenta, è necessario mettere le persone in grado di poter programmare le proprie attività anche in relazione alla capacità di autofinanziarsi.
Si fa ripartendo con intelligenza le risorse ma anche iniziando finalmente il recupero dei tanti spazi pubblici colpevolmente abbandonati dopo il sisma.
E’ necessario un regolamento che permetta ai nostri giovani di rimanere in città per continuare con nuova linfa e in diversi campi la nostra importante storia.
Politiche pubbliche che permettano di rispondere positivamente alla seguente domanda:
“Il trentenne Nino Carloni oggi avrebbe spazi e possibilità per costruire e lasciare un’impronta indelebile nella nostra stessa identità”?

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