I nostri IX ventenni: Anteo, Pio, Francesco, Fernando, Berardino, Bruno, Carmine, Sante e Giorgio

Postato da ettore il 14/09/2012 | 6 commenti

Il 23 settembre ricorre il 69esimo anniversario della strage nazifascista nella quale vennero giustiziati nove ragazzi aquilani. Il più piccolo aveva 17 anni, quello più grande 21. La stessa età dei tanti ragazzi che si ritrovavano nella piazzetta de

l centro a loro dedicata.
Li ricordiamo semplicemente raccontando la loro vicenda che è parte importante dell”identità del nostro territorio. Buona lettura e buona memoria.

Il 14 giugno 1944, all’indomani della partenza delle truppe tedesche dall’Aquila, venivano rinvenute presso le “Casermette”, le salme in avanzato stato di decomposizione di nove uomini fucilati alcuni mesi prima.

La spietata esecuzione risaliva al settembre ’43, cioè ai giorni immediatamente successivi all’armistizio e all’arrivo delle truppe di occupazione nella nostra città.

In quei giorni di incertezza e di paura, segnati dalla fuga del re, dal disfacimento dell’esercito e dalla liberazione di Mussolini a Campo Imperatore, centinaia di giovani aquilani lasciarono la città in ogni direzione per nascondersi nelle campagne circostanti in attesa degli eventi, tanto più dopo la pubblicazione del bando del 18 settembre col quale tutti i giovani dai diciotto anni in su erano chiamati a presentarsi entro cinque giorni presso le autorità di occupazione per essere registrati. Per la quasi totalità dei casi, quelle furtive partenze non erano dettate da una scelta morale o da una chiara volontà di resistenza, bensì dal puro e semplice istinto di conservazione, e più precisamente dal timore di essere arruolati o costretti con la forza a prestare manodopera. In genere, di fronte al pericolo che i propri figli venissero prelevati dai Tedeschi e portati chissà dove, i genitori condividevano la scelta della fuga e ne erano complici.

Quei giovani si allontanavano infatti con zaini pieni di provviste alimentari e di indumenti pesanti, ma non portavano nessuna arma, essendo ben noto a tutti che Kesselring aveva dichiarato l”Italia “territorio di guerra” e aveva dato ordine che tutti i civili sorpresi con le armi in pugno venissero sommariamente giudicati e fucilati sul posto.

Il 22 settembre, tuttavia, poche ore prima che scadesse il bando di presentazione, 36 ragazzi lasciarono la città alla spicciolata dirigendosi verso Nord e prelevando per strada un “bagaglio” ben diverso dal solito : armi leggere sottratte nelle caserme e occultate da militari italiani (in totale, una quarantina di moschetti e una cassetta di bombe a mano).

E’ noto che il numero di quei giovani, inizialmente molto più nutrito, si assottigliò notevolmente, anche perchè molti reduci di guerra aquilani, conoscendo i Tedeschi, sconsigliarono vivamente di recarsi armati in montagna.

Il piano messo in atto prevedeva che ci si riunisse tutti a Collebrincioni dove la notte stessa il gruppo sarebbe stato raggiunto da alcuni ufficiali italiani che avrebbero condotto dei muli carichi di armi pesanti. Tra loro il più alto in grado sarebbe stato il tenente colonnello Gaetano D’Inzillo, il cui figlio Bruno faceva parte del gruppo dei giovani.

E’ del tutto evidente, vista la presenza delle armi, che lo scopo dell’operazione non era semplicemente quello di trovare un nascondiglio, ma di condurre in prospettiva azioni offensive contro i Tedeschi sotto la guida di militari di carriera.

E’ anzi piuttosto plausibile che l’intento fosse quello di recarsi tutti insieme nel Teramano (e congiungersi ai 1.600 civili e militari che proprio in quei giorni si stavano arroccando a Bosco Martese, anche lì sotto la guida di ufficiali italiani).

Il viaggio verso Collebrincioni avvenne senza problemi anche perché i pochi ma agguerriti reparti tedeschi non erano ancora in grado di presidiare il territorio, ma erano impegnati in selettive operazioni di rastrellamento volte alla ri-cattura dei prigionieri di guerra alleati usciti dai campi di prigionia dopo l’8 settembre. Per nulla preoccupati da qualche inesperto adolescente aquilano che si allontanava di casa, i paracadutisti della Seconda Divisione (gli stessi che, reduci dalla Francia e dalla Russia, avevano liberato Mussolini sul Gran Sasso e che avrebbero poi sostenuto terribili combattimenti intorno a Cassino) ritenevano la caccia agli ex-prigionieri una priorità assoluta per dare sicurezza alle retrovie della “linea Gustav”.

Tornando ai nostri giovani, va detto che la prevista consegna delle armi non avvenne nei tempi previsti, per cui decisero fiduciosamente di attendere e di pernottare in paese, ove si sentivano ormai al riparo dai Tedeschi ( a quei tempi la “montagna” era già la periferia della città…). Anzi, si sentirono ancor più rassicurati dalla presenza a Collebrincioni di una trentina di ex-prigionieri inglesi e slavi ben addestrati al combattimento : quei giovani non potevano capire che proprio la presenza di quegli uomini rappresentava per loro un altissimo fattore di rischio.

E infatti dall’alba del 23 settembre una compagnia di paracadutisti comandati dal tenente Hassen, lanciò un rastrellamento tra la montagna di San Giuliano e Collebrincioni. Appena i Tedeschi giunsero nei pressi del paese, gran parte dei giovani aquilani e dei prigionieri fuggì verso Monte Castellano, contro il quale vennero esplose numerose raffiche di armi pesanti.

Benchè appaia plausibile che i Tedeschi alla ricerca di prigionieri si siano imbattuti per puro caso nei giovani aquilani presenti a Collebrincioni, non manca chi sostiene che andarono a colpo sicuro, sulla base di una circostanziata delazione : un dubbio, questo, che solo la pubblicazione degli atti del processo svoltosi nel dopoguerra (atti penali tuttora secretati) potrà sciogliere fra qualche anno.

Sta di fatto che, accerchiati sempre più strettamente e costretti a combattere, per circa tre ore giovani aquilani e prigionieri tentarono disperatamente di replicare con sporadici colpi di moschetto ai proiettili delle mitragliatrici in quello che verrà ricordato come uno dei primissimi scontri avvenuti in Italia tra civili e tedeschi.

Nella sparatoria restarono uccisi o feriti tre prigionieri alleati ed anche uno dei giovani, Umberto Aleandri, venne colpito a una mano e a una natica; sicchè vicino a lui, anziché disperdersi per la collina abbandonando le armi, rimasero dieci dei suoi amici, benché egli l’implorasse di allontanarsi. Accerchiati anche dall’alto, furono tutti prontamente disarmati e catturati, e ricondotti sulla piazza del paese.

Qui i Tedeschi, separati gli italiani dagli stranieri, li incatenavano tutti sotto gli occhi dei molti contadini accorsi, e nella tarda mattinata li riconducevano a piedi da Collebrincioni alle “Casermette” dell’Aquila.

Da notare che Umberto Aleandri, forse scambiato per un prigioniero anche perchè indossava una divisa militare, fu invece inserito nel piccolo gruppo di feriti da ricoverare in ospedale.

In quei concitati frangenti, approfittando di un momento di distrazione, Bruno D’Inzillo riuscì a chiedere a una contadina il favore di avvertire la sua famiglia. E fu grazie a quella contadina che raggiunse di corsa L’Aquila, che la terribile notizia della cattura fece in un baleno il giro della Città.

Parenti in lacrime, genitori disperati, amici affranti, corsero trafelati verso le “Casermette” per attendere il rientro alla base del reparto tedesco con i prigionieri al seguito e alcune mamme in lacrime assistettero all”arrivo dei loro figli incatenati e inquadrati tra i tedeschi, riuscendo persino a scambiare con loro qualche parola e ad accarezzarne il volto.

Quando le porte della caserma si chiusero alle spalle dei prigionieri, i genitori disperati (fra cui lo stesso colonnello D’Inzillo) iniziarono, ciascuno per proprio conto, le loro perorazioni presso tutte le maggiori autorità cittadine (il prefetto Biancorosso e l’arcivescovo Confalonieri) nel tentativo di condizionare le decisioni tedesche.

Nel frattempo i giovani venivano percossi e interrogati singolarmente da tedeschi e fascisti (senza che venisse redatto alcun verbale) e processati in maniera sommaria.

Si saprà in seguito da testimoni oculari che i giovani avrebbero tentato di farsi coraggio l”un l”altro e che qualcuno avrebbe trovato persino la forza di scherzare su una vicenda che ancora si sperava destinata a chiudersi con una lavata di capo o con qualche giorno di prigione.

Esaurite le formalità, i prigionieri alleati (protetti dalle garanzie del diritto internazionale) venivano internati, i giovani aquilani che all”atto della cattura risultavano disarmati vennero trasferiti ad Aquila e rilasciati nel tardo pomeriggio dopo un”ultima ramanzina, mentre i dieci presi con le armi in pugno e quindi considerati “franchi tiratori” vennero condannati a morte, secondo la legge militare tedesca.

All’ultimo momento uno dei dieci condannati, Stefano (“Nino”) Abbandonati, fu scagionato in considerazione che, soffrendo di una paralisi ad un braccio, era da ritenersi di fatto incapace di imbracciare un fucile e quindi di arrecare qualsivoglia offesa ai militari tedeschi. Sarà lui a rivelare l’anno dopo il luogo dell’eccidio.

Condotti sul luogo dell’esecuzione nel primo pomeriggio, i restanti nove condannati, resisi conto della loro sorte, cercarono inutilmente di implorare pietà ma vennero costretti con la forza a scavare due fosse comuni, entro le quali (5 in una e 4 nell”altra) furono fucilati intorno alle 14.30 da un plotone misto di soldati tedeschi e militi fascisti.

Morivano così i Nove Martiri Aquilani : Anteo Alleva (17 anni), Pio Bartolini (21), Francesco Colaiuda (18), Fernando Della Torre (20), Berardino Di Mario (19), Bruno D’Inzillo (18), Carmine Mancini (19) Sante Marchetti (18) Giorgio Scimia (18).

L’intera operazione del 23 settembre, dal rastrellamento all’esecuzione dei ribelli, era stata diretta dal citato tenente Hassen il quale, com’era d’uso nell’autonomia tipica dei reparti operativi germanici, si era unicamente consultato col proprio superiore diretto, il capitano von Wolff. Ma dove finiva il compito del tenente Hassen (che subito dopo l’esecuzione lasciava le “Casermette” per guidare un nuovo rastrellamento) iniziava quello del sottotenente di fanteria Klauser (primo responsabile della Platzkommandantur dell’Aquila), sicuramente interessato a non dare adito ad alcuna reazione ostile da parte della popolazione, prevenendo ogni motivo che potesse surriscaldarne gli animi. E poiché tutti gli altri che erano al corrente dell’eccidio (i fascisti, il nuovo prefetto Manti e l’arcivescovo) erano per vari motivi anch’essi fautori di una normalizzazione, le salme non furono restituite e sulla vicenda si imbastì una fitta congiura del silenzio, fondata sulla diffusione dell’ipotesi che i tedeschi avessero solo fatto credere di aver ucciso i giovani per spaventare eventuali altri patrioti, ma che i nove fossero stati in realtà deportati in qualche campo di prigionia.

Ciò alimentò le speranze dei familiari e la progressiva dimenticanza dei concittadini. All’indomani della riesumazione la Città rese onore ai suoi Martiri Giovinetti con i solenni funerali del 18 giugno ‘44, l’intitolazione di una piazzetta del centro storico e l’erezione di un sacrario al cimitero comunale, ma negli anni e decenni successivi la Città prese a giudicare comunemente la tragica disavventura di quei giovani poco più di una ragazzata finita male. Un atteggiamento, questo, teso a minimizzare o addirittura a ridicolizzare l’evento, condannandolo di fatto all’oblio, nonostante le annuali commemorazioni di rito.

Come Aquilano, ho motivo di rammaricarmi che la mia Città, in tutti questi anni, non abbia saputo adeguatamente coltivare nella sua memoria collettiva la fierezza di quel gesto giovanile, di quell’abbozzo di resistenza forse prematura, forse ingenua, ma degna di rispetto e di onore.

Ricorderei in proposito un giudizio sempre vivo espresso da Corrado Colacito: nell”atmosfera di quel settembre “43, così denso di eventi ingloriosi, la vicenda dei Nove Martiri “è come una perla nel fango”.

Walter Cavalieri

 

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